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CON LA SPERANZA DEL RITORNO

LA MOSTRA FOTOGRAFICA

LE STORIE DI 6 SOLDATI DI BIALYSTOK

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Piotr Sawicki, il 30 agosto 1939 era sergente di plotone del 42° reggimento di fanteria denominato “Bambini di Białystok”, sposa Jadwiga Polecka. È mercoledì. Venerdì 1° settembre, l’esercito del Terzo Reich attacca la Polonia. Dopo la cerimonia nuziale, scatta una foto con la neo-moglie e saluta i suoi cari, senza immaginare che si sarebbero rivisti dopo otto lunghi anni. Prima della guerra, Piotr Sawicki è un artista (scultore, fotografo, pittore), riconosciuto a Bialystok e non solo. Tra le altre cose, realizza la scultura del cane Kawelin, che ancora oggi orna il Parco della famiglia Branicki nel centro della città. Ha anche creato busti del maresciallo Józef Piłsudski o del poeta Cyprian Kamil Norwid. Sawicki fonda il primo teatro di marionette di Białystok, dove nel settembre del 1939 doveva svolgersi la Prima dell’opera: “Hansel e Gretel” di Engelbert Humpredinck che sfortunatamente viene ostacolata dallo scoppio della guerra. A seguito dell’invasione dell’Armata Rossa nei territori di confine della Seconda Repubblica di Polonia, il 18 settembre fu arrestato dall’NKVD (Commissariato del Popolo per gli Affari Interni) a Ternopil’. Viene condannato a dieci anni di lavori forzati sul territorio dell’URSS. Sconta la pena in tre campi di prigionia: Kryvyj Rih, Vorkuta e Kotlas. Nel settembre 1941 arriva al punto di reclutamento dell’Esercito Polacco in URSS a Tatishchev, sul fiume Volga. Il 15 ottobre 1941 è arruolato nel 15° reggimento di fanteria della 5ª Divisione della Fanteria. In questo periodo realizza il dipinto della Madonna di Tatishchev, appositamente per l’arrivo del Gen. Władysław Sikorski che nel dicembre 1941 era in visita alle unità dell’esercito polacco che si stava formando. Il dipinto, insieme ai soldati, ripercorrerà l’intero percorso di combattimento, del futuro 2° Corpo Polacco. In Palestina, Piotr Sawicki viene assegnato alla 3ª Divisione Fucilieri dei Carpazi.  Diventa un animatore culturale dei soldati polacchi, responsabile di tutte le attività educative e di intrattenimento.  È anche un fotoreporter, documenta tutto, fotografando tutte le manifestazioni della vita dei soldati, dai punti di raccolta dell’URSS allo sforzo bellico a Montecassino e alla vita quotidiana del soldato polacco. Come animatore culturale, organizza il teatro del 2° Corpo Polacco, preparando scenografie, costumi e collaborando con attori sfuggiti alla “terra inumana” sovietica che prima della guerra erano tra i protagonisti del cinema e dei teatri della Seconda Repubblica di Polonia. Nel 1944, marciando attraverso l’Italia, porta nello zaino una marionetta fatta a mano, “Kajtek”, con cui improvvisa spettacoli per i bambini italiani. La curiosità che destò la marionetta, salvò la vita a tre bambini che evitarono la morte da un colpo d’artiglieria; spinti dalla curiosità, si avvicinarono per vedere meglio la marionetta e pochi istanti dopo, una granata tedesca colpì il luogo in cui loro si trovavano prima. Nell’agosto del 1945, la jeep su cui viaggiava Piotr Sawicki saltò in aria a causa di una mina, finendo in ospedale, fu dimesso poi solo alla fine di settembre.  Ottenne un visto australiano, tuttavia decise di tornare in Polonia, dalla sua famiglia. Il 7 agosto del 1947, i parenti lo accolsero nel porto di Danzica. Nuovamente a Białystok, entrò a far parte dell’organizzazione del teatro delle marionette, di cui fu direttore fino al 1960. Per la sua attività a favore dei bambini, nel 1974 ricevette il premio Order Uśmiechu (Medaglia del Sorriso). Nel 2019, in occasione delle celebrazioni per l’indipendenza della Polonia, Piotr Sawicki è stato inserito tra i 100 abitanti di Białystok più importanti del secolo.  

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Józef Filas, cittadino di Czarna Wieś e dipendente della segheria locale, fu arrestato nel settembre del 1939 nella località Równe. Secondo il racconto della figlia, la signora Irena, un giorno suo padre salutò la famiglia con le lacrime agli occhi e le sue tracce scomparvero per diversi anni. Per molto tempo i suoi parenti non hanno ricevuto alcun messaggio né lettera da parte sua. All’epoca Józef Filas si trovava nel campo di Rivne-Lviv e il 2 settembre 1941 si unì all’Esercito Polacco nell’URSS a Tockoye. Un giorno a casa della famiglia arrivò un pacco. A parte tre chili di mandorle, il pacco non conteneva altro. Solamente sul pacco stesso c’era il timbro “Italia”. Dopo sette anni, arrivò una lettera dall’Inghilterra scritta da Józef Filas, in cui diceva di stare bene e di essere in procinto di tornare a casa. I parenti, nella corrispondenza, facevano pressione, affinché rimanesse all’estero e organizzasse il loro arrivo. Tuttavia, la nostalgia di sua madre, della sua famiglia e del suo Paese lo hanno portato a tornare in Polonia. A casa, per paura delle autorità comuniste e temendo per la sorte dei suoi cari, seppellì in giardino le medaglie e tutti i documenti. Si sono mantenute alcune delle sue fotografie e dei suoi racconti su Montecassino. Dopo essere passato nell’esercito polacco, Józef Filas si arruolò nel 18° Battaglione Fucilieri di Lviv della 6ª Brigata Fucilieri di Lviv e passando da un campo all’altro, in Iraq, Palestina, Egitto, alla fine arrivò in Italia. Il 17 maggio, partecipò, con la sua compagnia, alle operazioni su Montecassino, assaltando la Cresta del “Fantasma”. Filas ha ricordato che sentiva l’alito della morte mentre i proiettili fischiavano sulla sua schiena e come i soldati polacchi esponevano gli elmetti su dei bastoni, cosicché venissero perforati, come setacci, dai proiettili tedeschi e individuarne le posizioni. Ha raccontato di colleghi colpiti, feriti e uccisi, egli stesso fu ferito alla gamba alla fine dello scontro. La mattina del 18 maggio, dopo aver terminato le munizioni, rimase con gli altri feriti, strisciando fino alla cima della collina, nonostante il dolore. In Polonia, spesso poneva la domanda: Perché? Perché tanti polacchi che hanno combattuto e sono morti, poi nella loro patria, la Polonia, dovevano nascondersi?

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Józef Mońko, era originario di Białystok, falegname di professione come suo padre, proprietario di una falegnameria. Ha lavorato in diverse fabbriche di mobili e falegnamerie di Białystok. Nella calda estate del 1939, fu chiamato a far parte del 77° reggimento di fanteria di Lida. Quando scoppiò la guerra, combatté con il grado di soldato semplice della fanteria. Ricordava le lunghe marce notturne e il riposo durante il giorno. Tuttavia, la cosa più fastidiosa è stata l’aviazione tedesca, che sparava sulle barricate. Il soldato semplice Kowalik partecipò, tra l’altro, alle dure battaglie per conquistare Janów Lubelski. Dopo aver attraversato il fiume San, come la maggior parte dei soldati e degli ufficiali del 77° reggimento, venne fatto prigioniero dai sovietici. Riuscì a tornare a Bialystok, dove fu nuovamente arrestato dal NKVD (Commissariato del Popolo per gli Affari Interni). I documenti sovietici scritti dopo la guerra affermano che Józef Mońko fu portato in salvo in URSS. Questo è palesemente falso, ma è così che si doveva “spiegare” la sua permanenza nell’Unione Sovietica di quel periodo. Il signor Józef, come migliaia di suoi compatrioti, si trovava in una “terra inumana” contro la sua volontà. Ha lavorato nel campo di prigionia e le sue abilità artigianali erano molto apprezzate. Dopo lo scoppio della guerra tra il Terzo Reich e l’URSS, nell’agosto 1941, Mońko si unì alle nascenti forze armate polacche in URSS. Insieme a migliaia di suoi compatrioti, ha percorso l’intero itinerario del Secondo Corpo Polacco – dalla Palestina, all’Egitto, all’Italia. Ha prestato servizio nella 3ª Divisione Fucilieri dei Carpazi e con questa unità ha combattuto a Montecassino già come sergente. Durante i combattimenti del 13 maggio, alcune schegge gli danneggiarono le ginocchia. Ricordava di come giaceva coperto da un ammasso di corpi, dei colleghi uccisi e feriti. Di tanto in tanto chiamava aiuto, ma intorno a lui infuriava la battaglia e fu solo quando la situazione si calmò che uno dei suoi compagni d’armi lo trovò e lo trasportò nel lazzaretto. Dopo aver lasciato l’ospedale, fu trasferito nella 2ª compagnia di rifornimento della brigata. Nel 1946, ritornato in Polonia, iniziò a lavorare come falegname e dopo una grave malattia, percepì una pensione d’invalidità. Per il resto della sua vita, le schegge rimaste nelle ginocchia, le ferite e i ricordi, rammentarono lui gli anni di incertezza e paura.

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Tadeusz Gałaszewski, combatté nella guerra difensiva del 1939 nel 3° reggimento di cavalleria con il grado di sergente di plotone. Una parte dei soldati della sua unità fu inviata a difendere Varsavia, mentre un’altra parte, tra cui il sergente di plotone Gałaszewski, ad attraversare il confine con la Lituania, evitando la prigionia tedesca. Dopo la sua occupazione da parte dell’Armata Rossa, fu arrestato e condannato a cinque anni di lavori forzati. Scontò la sua pena a Murmansk e nella penisola di Kolsk. Dopo il patto Sikorski-Majski attraversò Arkhangelsk, dove fu promosso di grado e assegnato alla protezione personale del Gen. Anders. Insieme al resto dei Sybirak (polacchi esiliati in Siberia), partì verso il Medio Oriente. Dall’Iran, il STen. Gałaszewski arrivò in Iraq, dove seguì un corso presso la scuola d’istruzione, durante il quale guidò numerosi veicoli blindati e motociclette. Dopo aver terminato il corso, divenne istruttore di veicoli a motore nel 2° Corpo Polacco. In Palestina partecipò alle operazioni dell’esercito inglese, che preparava i soldati polacchi al combattimento sulle montagne. In Italia prestò servizio nel 12° Reggimento Lanceri di Podolia, inquadrato nella 3ª Divisione di Fanteria dei Carpazi. Fu anche uno dei polacchi della pattuglia del STen.  Kazimierz Gurbiel che il 18 maggio 1944 entrò nel monastero distrutto e appose la bandiera polacca sulle sue rovine. Durante la battaglia, il STen. Gałaszewski si distinse per il suo particolare coraggio. Durante uno dei suoi pattugliamenti fece prigionieri 10 tedeschi che si preparavano a combattere. Partecipò anche alle successive battaglie del 12° Reggimento Lancieri, tra cui quella di Bologna. Nei pressi di Ancona, fu gravemente ferito da schegge di artiglieria che lo colpirono a 3 mm dal cuore. Dopo la fine della guerra, iniziò l’addestramento nella sottounità del plotone d’assalto. Una volta terminato l’addestramento, divenne istruttore del 7° Reggimento Lancieri. Dopo la guerra, non potendo tornare in Polonia, lavorò per un lungo periodo presso l’ufficio postale di Norwich, in Inghilterra, e negli anni ’50 emigrò negli Stati Uniti, trovando lavoro in una fabbrica di cuscinetti. L’ultima volta che tornò in Polonia fu nel 1999, in occasione dell’inaugurazione del monumento alla Battaglia di Montecassino.
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Józef Kowalczuk, era un fuciliere del 2° Battaglione della 3ª Divisione Fucilieri dei Carpazi del Secondo Corpo Polacco e partecipò alla battaglia di Montecassino. Precedentemente, durante il suo esilio in Siberia, lavorò al disboscamento in condizioni veramente pesanti. A causa del suo corpo deperito e l’invecchiamento precoce, tutti lo chiamavano “nonno”, nonostante avesse solo 28 anni. Cinque anni dopo la guerra, scrisse le sue memorie, nelle quali descrive in modo colorato le esperienze di vita del soldato in prima linea. Durante la battaglia di Montecassino combatté come operatore radio a corto raggio. Nelle sue memorie, ricordava che gli inglesi misero in guardia i polacchi appena arrivati, che di notte i paracadutisti tedeschi si intrufolavano nelle postazioni polacche per accoltellarli nel sonno. Già a partire dalla prima sera, questo si rivelò vero. I polacchi, attenti e vigili, hanno bombardato il nemico con granate e mitragliatrici, infliggendo pesanti perdite. Kowalczuk ha anche raccontato dei pericoli legati alla consegna dei rifornimenti alle posizioni più esposte. I muli guidati dai soldati polacchi venivano regolarmente bombardati dai mortai tedeschi, con significative perdite. L’11 maggio 1944, il fuciliere Józef Kowalczuk, rivestì il pericoloso ruolo di guida, quando il giorno prima, fu ucciso un suo collega, appartenente alla sua stessa unità. Tuttavia, Józef Kowalczuk ne uscì indenne, nonostante l’uccisione degli ultimi quattro animali. Dal fronte di Montecassino, ha ricordato le esortazioni tedesche a deporre le armi e a passare dalla loro parte. Ha anche ricordato la visita del Gen. Władyslaw Anders nelle postazioni di combattimento, il quale avvisò i soldati che la futura battaglia sarebbe stata dura e brutale. La cosa che più gli rimase impressa, fu il fatto che durante l’assalto, ricevettero l’ordine di non fare prigionieri. Il giorno seguente si lanciarono all’assalto che costò molte vite polacche. Nelle memorie di Kowalczuk: Il 17 maggio abbiamo fatto sembrare di non esserci per tutto il giorno. Ci è stato ricordato ancora una volta come comportarci quando sarebbe arrivato l‘assalto nell’artiglieria. Alle ore 23 fu dato l’ordine – Baionetta alle armi, preparare le granate, controllare le armi automatiche. Ci sono stati scambi di ultime parole e sguardi tra di noi, poiché nessuno pensava di sopravvivere. Doveva essere un massacro per entrambi gli eserciti […] Un mio collega […] mi ha lasciato la sua foto con la fidanzata, che dovrei restituire a lei, nel caso lui morisse. Secondo lui sarei dovuto vivere per sempre. […] Infine, arrivò il vescovo Gawlina e diede un’assoluzione generale prima della battaglia. è arrivata l’ora 23.45. […] la terra tremò e il rumore delle granate sopra di noi non finiva di cessare. Tutto batteva sulla prima linea del fronte tedesco, la collina 593 e il monastero adiacente erano in fiamme. In questo attacco, la compagnia in cui militava Józef Kowalczuk subì la perdita di 40 vite e altrettanti feriti. Rimasero in vita soltanto sei soldati che avevano il compito di presidiare l’intero settore. Józef Kowalczuk, conclude le sue memorie, scrivendo: Onore alla Vostra Memoria!

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Adolf Cybulski, nato il 12 aprile 1907 a Rajgród, è stato una figura straordinaria, la cui vita si è intrecciata con i drammatici eventi della seconda guerra mondiale. La sua biografia è una storia di forte volontà e di eroico servizio in prima linea sul fronte. Nel 1934, Adolf sposò Jadwiga Golubiewska di Rajgród, con la quale ebbe due figlie: Lila, medico chirurgo, e Krystyna, pubblico ministero. Era contabile e responsabile di un caseificio. La sua vita cambiò radicalmente durante la guerra, quando fu arrestato dopo il ritorno da Grodno a Rajgród. Insieme al cognato, Jakub Nowicki, cercarono di fuggire a Varsavia, tuttavia Adolf fu fermato e imprigionato a Łomża. Nello stesso periodo, sua moglie Jadwiga, soggiornava a Rajgród presso la famiglia. La situazione stava diventando sempre più preoccupante, soprattutto quando Jadwiga e sua figlia Marychna furono deportate in Siberia il 7 febbraio 1940. Dopo essere stato arrestato, Adolf Cybulski fu mandato a Vorkuta e, dopo l’amnistia nel 1942, finì a Buzuluk. Da lì, intraprese un viaggio attraverso l’Iran, l’Iraq, la Siria, la Giordania e la Palestina, dove si unì al 5° battaglione della 3ª Divisione Fucilieri dei Carpazi. Il suo servizio nell’esercito lo portò in Egitto e poi in Italia, dove combatté nella battaglia di Montecassino e su altri importanti fronti. Durante i combattimenti a Montecassino, Adolf Cybulski incontrò diversi conoscenti di Rajgród, tra cui il tenente Walenty Kochalski e Kazimierz Szwarczewski. Il suo compito era quello di registrare le perdite delle truppe e di trasmettere gli ordini sul fronte. Dopo le pesanti perdite subite dalle sue truppe, dovette scendere diverse volte in battaglia, con le armi in pugno. Dopo la fine della guerra, Adolf tornò in Polonia, dove continuò a lavorare acquisendo esperienza nel settore lattiero-caseario, ma al contempo rimanendo un membro attivo della comunità. La sua vita è una storia non solo di eroico servizio militare, ma anche di enorme forza, grazie alla quale è sopravvissuto agli orrori di questo periodo della sua vita.